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La voce di un’America senza voce”: così il “Corriere della Sera” ha titolato ieri uno degli articoli dedicati alla grande scrittrice afroamericana Toni Morrison, scomparsa lo scorso 5 agosto.
Il mondo intero la conobbe grazie alla sua opera prima, pubblicata nel 1970, L’occhio più azzurro (di cui vi parlerò dopo), alla quale seguirono altri dieci romanzi.
Nel 1988 vinse il premio Pulitzer e nel 1993 ricevette la definitiva consacrazione dall’Accademia di Svezia: prima donna afroamericana a ricevere il Nobel per la letteratura. Molti critici la accostano a Philip Roth, John Bart, E.L. Doctorow e Cormac Mc Carthy; infatti, con le sue opere ha esteso l’universo del romanzo, scrivendo sulla vita americana in modo davvero pieno, includendo anche le storie degli afroamericani, degli schiavi, vicende fino ad allora lasciate fuori.
Come ha dichiarato Claudia Rankine, autrice di Citizen. Una lirica americana e di Non lasciarmi sola, “[…] è importante che Toni Morrison sia esistita in un tempo in cui le donne non erano così presenti e che sia stata un’editor, per esempio di Angela Davis. Non soltanto ha cambiato il modo in cui comprendiamo come prendono forma le storie, ma ha dato una piattaforma ad altri per raccontare le proprie”. Con lei se ne va un pezzo del nostro recente passato, un pezzo preziosissimo di quella società che ha dato al mondo un’immagine credibile attraverso uno stile ingegnoso e originale.
L’occhio più azzurro ci parla di un’America nera tra candore e disperazione, con una lingua capace di rappresentare adeguatamente la realtà. Addirittura Toni Morrison pone la questione in termini ancora più espliciti: produrre “una scrittura […] indiscutibilmente nera”. E ci riesce senz’altro attraverso una brillante sperimentazione linguistica, che la pone a livello di altri grandi della letteratura americana e mondiale. Il romanzo ci mostra le vicende di una comunità nera, allocata in una città del nord degli States, viste e raccontate per il tramite di una bambina, che cuce gli avvenimenti che si susseguono con ingenuità e stupore. Stupore e ingenuità che, in realtà, la immunizzano dalla violenza, dalla miseria, dalla assurdità dell’esistenza e delle singole esistenze.
Il romanzo, che segue il ritmo e l’avvicendarsi delle stagioni, si apre, non per caso, con l’autunno; peraltro, un autunno particolare: quello del 1941, pochi mesi prima dell’entrata in guerra degli Stati Uniti nel Secondo conflitto mondiale. La tragedia dell’umanità intera è la tragedia della piccola Pecola che aspetta un bambino dal padre; è il gorgo che avvolge gli altri personaggi. La Natura, quasi partecipe del dramma esistenziale degli esseri umani, quell’anno non diede calendole e nessun altro seme riuscì a germogliare.
Il desiderio della bambina nera di avere gli occhi azzurri, azzurro cobalto, un tocco leggero rubato al cielo, occhi più belli degli occhi da favola, più azzurri di quelli di qualsiasi bimba bianca, è il desiderio di superare la sottomissione e la rassegnazione; è il desiderio di guardare oltre la realtà. Ma è anche custodia, negli occhi e attraverso gli occhi, delle immagini scelte dal soggetto; tentativo di respingere con ostinazione ciò che si trova fuori di noi. E’ visione estatica, sogno policromo e disperato.
Nel libro c’è l’America della discriminazione razziale, del conflitto sociale e culturale, dell’attacco all’essere più delicato: il bambino, e più vulnerabile: la femmina. La narrazione, però, rifugge dalla retorica e, nonostante i temi trattati, non indulge mai a toni stucchevoli e vacui; al contrario, dalle pagine del romanzo trasudano interrottamente liricità e commozione.
Salvatore Distefano

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