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Il Senato della Repubblica ha approvato a maggioranza l’istituzione della commissione straordinaria proposta da Liliana Segre, senatrice a vita, “per il contrasto ai fenomeni di intolleranza, del razzismo, dell’antisemitismo e dell’istigazione all’odio e alla violenza”. Peraltro, Liliana Segre ha affermato che ormai da tempo ogni giorno viene fatta oggetto di offese, insulti e minacce da parte di coloro che non accettano il suo impegno contro chi ripropone concezioni e pratiche proprie dell’estrema Destra. Ecco perché occorre sostenere il suo lavoro puntuale e coraggioso a difesa dei valori affermati dalla nostra Costituzione.

E per far conoscere meglio la senatrice a vita riportiamo un brano tratto dall’intervista che Liliana Segre ha rilasciato molti anni fa a Daniela Padoan, che, assieme ad altre testimonianze di donne sopravvissute al campo femminile  di Auschwitz- Birkenau, è inserita nel libro “Come una rana d’inverno”. Racconta la senatrice a vita :“ […] Il giorno del nostro arrivo a Birkenau, mentre le altre venivano rasate e io ero già pronta con la testa in giù, rassegnata al fatto che anche i miei capelli sarebbero caduti lì, su quel pavimento, passa una Aufseherein, una sorvegliante SS, e dice alla prigioniera addetta alla rasatura di non tagliarmeli, perché erano così belli che sarebbe stato un peccato. […] Dopo quindici giorni, mentre lavoravo in fabbrica, mi sento camminare qualcosa sulla guancia. Tocco, prendo in mano, è un pidocchio, […]. Mi hanno mandato in una baracca che si chiamava Sauna, dove mi hanno rapato a zero. La mia testa completamente glabra era tremenda da toccare. Sono stata lì tutto il giorno. Non so se posso dire che sia stato il giorno più brutto della mia vita, perché ce ne sono stati tanti, ma certamente uno dei peggiori. […] Ero veramente a un punto di non ritorno psichico, quando è entrata un’altra ragazza, anche lei appena rapata, in attesa che le disinfestassero i vestiti. Forse era cecoslovacca, o polacca. Non ci capivamo, perché nessuna delle due aveva ancora imparato il tedesco. Avrà avuto sedici anni. Volevamo così tanto comunicare che ci facevamo dei segni, ci salutavamo, ma non sapevamo come rivolgerci l’una all’altra. […] Alla fine abbiamo trovato il latino. Mea familia pulchra est. Mea patria pulchra est.  E poi non so ancora cos’altro ci dicessimo: il mio cuore è triste…bello che tu sia qui…Pochissime frasi, sicuramente sgrammaticate, imbastite a fatica in quella specie di esperanto dei colti, che abbiamo continuato a ripetere infinite volte, perché dire la mia casa è lontana, la famiglia è bella, il mio cuore è triste, in quel contesto, nella nostra nudità – lì sì, proprio rane, mentre continuavano a passare i soldati che si sganasciavano dalle risate – ci dava una grande gioia.”          

Salvatore Distefano

                                                     

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