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                                  OMAGGIO A FERNANDA PIVANO

Dieci anni fa (18 agosto 2009) se n’è andata Fernanda Pivano.

Era nata a Genova nel 1917; aveva frequentato il liceo classico D’Azeglio di Torino e per qualche anno era stata compagna di classe di Primo Levi e aveva avuto come insegnante Cesare Pavese, che nel 1943 la chiamò  – si trattò di una difficile amicizia – a tradurre per l’Einaudi l’Antologia di Spoon River di E. L. Masters, primo dei molti testi americani che Nanda fece conoscere in Italia. Pavese aveva studiato e tradotto poeti e scrittori americani come Walt Whitman e Herman Melville (del quale tradusse magnificamente Moby-Dick), contribuendo non poco allo svecchiamento della cultura italiana. Insieme con Vittorini e la sua antologia Americana (1941), diede un contributo decisivo alla diffusione in Italia della cultura e della letteratura americana - che aiutò a prendere coscienza di cos’era il fascismo - spesso vista come giovane mondo, quasi mitico, portatore di ideali di libertà e vitalismo che prende corpo in forme narrative nuove e meno ingessate dalle consuetudini di una tradizione letteraria secolare.

Fernanda Pivano si era laureata nel ’41 con una tesi proprio su Moby-Dick, dopo aver conseguito il diploma in pianoforte al Conservatorio: la sua passione per la musica rimarrà la stessa fino alla morte e la porterà a riconoscere l’importanza del rock nell’evoluzione della sensibilità americana e a considerare i cantautori i nuovi poeti. Nel 1956 aveva cominciato a viaggiare negli Stati Uniti, scoprendo le grandi voci letterarie e gli autori della beat generation, tra cui Allen Ginsberg, Jack Kerouac e Gregory Corso, che farà conoscere in Italia assieme ad altri come Bukowski, Bret Easton e Jay McInerney. La beat generation, affermatasi negli anni Cinquanta, narrava il vagabondaggio irrequieto per gli States e per il Mondo, tra allucinate esperienze di droga, sesso e musica jazz; rappresentava una realtà caratterizzata dal tema del “viaggio”, della fuga dalla troppo ordinata società del benessere, del vagabondare senza meta tra sbronze colossali e altre esperienze di droga.

Ma soprattutto Nanda Pivano è stata accostata a Ernest Hemingway e William Faulkner: la sua magistrale traduzione di Addio alle armi coglieva pienamente l’intenzione hemingwiana di rappresentare il reale nella sua nuda essenzialità, attraverso uno stile secco, rude, volutamente povero e disadorno.

Per molto tempo Pivano è stata una figura di rilievo nella scena culturale italiana per il suo contributo alla divulgazione della letteratura americana, come talent scout editoriale e come saggista; peraltro, lei stessa è stata autrice di antologie, di saggi, di memorie, di biografie e romanzi (alla fine degli anni Ottanta pubblicò con successo La mia kasbah). La ricorderemo sempre per il rigore, le prese di posizione a favore dei diritti e della libertà; per aver voluto sperimentare una strada propria, contro ogni forma di censura, per lo spirito anticonformista che la caratterizzava. Fino alla fine è stata giovane e la fiducia nei giovani e nel dialogo è stata forse la cifra vera della sua vita.        

                                                                                                      Salvatore Distefano

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